Dalla sinossi riportata sul retro dell’edizione italiana de Il minotauro (ed. E/O, 1997) si apprende che il libro narra di una spy-story dalle tinte rosa, una grande quanto tormentata storia d’amore fra un agente segreto ed una bellissima ragazza inglese. Per fortuna, in realtà, il racconto di Benjamin Tammuz è ben altro.
Una fotografia ad esposizione multipla, quattro differenti punti di vista per lo stesso fitto intreccio di eventi, punti di vista parziali, vicini ad ognuno dei quattro personaggi attraverso i cui occhi è possibile ricostruire nitidamente la trama. Una fotografia in cui emerge fortissima l’inquietudine dell’essere umano che vive la decadenza della società moderna alla vigilia della Grande Guerra. Non solo decadenza dell’Occidente, opulento e fittizio, ma decadenza di un Medio-Oriente genuino e tradizionalista i cui neri presagi di intolleranza razziale e religiosa sfoceranno nella guerra civile in Israele. Un viaggio caotico (che ripercorre le tappe della biografia dello scrittore) attraverso i cattolici paesi del Mediterrano fino alle terre divise fra ebraismo ed islamismo, al crocevia di culture, religioni ed etnie distanti millenni e chilometri, ma tutte accomunate da uno stesso nostalgico malessere. Tammuz evoca più volte il sentimento puro dell’Amore, amore per una donna bellissima, amore per la scrittura, per l’arte, per la musica, sbocciato in un tale contesto non può essere scisso da una dimensione oscura e malefica. Ne deriva che l’amore si trasforma con estrema facilità in noia, sofferenza, incomunicabilità, abbandono, morte.
Gli elementi cool a cui fa riferimento la sinossi (la storia d’amore platonico, lo spy-game, l’omicidio ecc.) li ho tralasciati nella mia descrizione poichè, pur essendo presenti, li trovo un accattivante incentivo per una lettura vorace del racconto, ma, come ho cercato di argomentare, la piccola-grandezza del libro risiede altrove.
Pagine: 185
Prezzo: 8 euro