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Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare a telefono tutte le volte che ti gira. Non succede spesso, però.

J.D. Salinger RIP

Avatar

Stasera cuciniamo.
Armatevi di santa pazienza e procedendo come vi dico otterrete un film che non vi farà rimpiangere i milioni di dollari che dovrete spendere per acquistare gli ingredienti.
Troverete tutto senza alcun problema, sono ingredienti che nella vostra esperienza avrete sicuramente maneggiato più volte.
Dunque iniziate a mescolare in una pentola abbastanza capiente una caterva di effetti speciali selezionatissimi (saranno questo il cuore del vostro piatto) e di inseguimenti al cardiopalma, cuocere a fuoco moderato per circa 60 minuti. A parte, su un letto di Matrix ben rosolato aggiungere un tocco di epica alla Signore degli anelli e, a chi è in vena di esagerare, buttare qua e là un pò di enfasi 300esca. Siamo a metà dell’opera. A questo punto, unire il tutto ed irrorarlo di un’abbondantissima carica ideologica a facile assorbimento, terminare la cottura a fuoco vivissimo per un’altra ora e venti circa. Il vino bianco che non usate per la preparazione, magari potete berlo a grandi sorsi durante la barbosa preparazione delle scene d’amore che userete per condire la portata.
Propagandate in lungo e in largo le vostre capacità culinarie: i vostri amici saranno talmente entusiasti che faranno a pugni per avere un posto alla vostra tavola!
Scherzi a parte, in casi come questo è difficile slegare l’aspetto puramente commerciale di un’opera dal suo effettivo valore, soprattutto quando gli interessi miliardari delle major riescono (giustamente, visto che i conti danno loro ragione) ad imporsi in una condizione di assoluto predominio mediatico.
Qualcosa Cameron proprio se la poteva risparmiare (sarà forse un retaggio di quel terribile macigno titanico?): forzare la mano sulla Retorica ad ogni costo, impegnare le proprie forze in una regia a dir poco ineccepibile a scapito di una scrittura monodimensionale e prevedibile, un certo approccio narrativo/descrittivo più adatto alla presentazione di Halo che ad un kolossal cinematografico.
Ovviamente il film non è tutto da disprezzare, innanzitutto c’è la (mia) piena condivisione per la tematica ambientalista/anti-capitalista alla base dello scontro umani-indigeni e l’inserimento della stessa in un modo (anche eccessivamente) diretto in un film così dichiaratamente mainstream.
La forza di Avatar ovviamente risiede tutta nelle intuizioni visive, molte delle quali di grande impatto e pregio, alle quali abbandonare il proprio sguardo, sordo e acritico.

Titolo Originale: Avatar
Regia: James Cameron
Produzione: USA – 2009
Cast: Sigourney Weaver, Sam Worthington, Zoe Saldana, Michelle Rodriguez, Giovanni Ribisi…
Voto: 2,5

Biennale di Venezia – PAK Sheung Chuen

Secondo stand della Biennale di Venezia interamente dedicato all’artista di Hong Kong dal nome ostico. Installazioni di varia natura (video arte, fotografiche, oggettuali) disposte in modo pseudo casuale in uno stanzone fatiscente. Iniziare a comprendere le distanze per un’adeguata fruizione non è esattamente intuitivo. Si ha il terrore (come spesso accade in una mostra di arte contemporanea) di calpestare parti di un’opera o di inciampare nei fili che sorreggono un’impalcatura. Il secondo sguardo, quello più attento, rivela che si tratti senza dubbio di opere di indiscutibile valore ed interesse. Pak Sheung Chuen propone una serie di giochi concettuali intrisi di un’ossessione per la stilizzazione formale del reale attraverso i simboli (forme standardizzate, unità di misura, del peso, del volume ecc), vicini alla tautologia naumaniana quanto alla riflessione sull’oggetto e lo spazio di Robert Morris.

“Bring your own camera to capture images inside” è quanto riporta una scritta in bianco su un telo nero. Poco più in là un disegno esplicativo delle modalità di fruizione di un’opera assolutamente geniale.

Nel buio pesto della camera celata dai tendaggi sono esposte una serie di foto di viaggio dell’artista, per vedere le quali è necessaria l’attiva partecipazione dello spettatore armato della propria macchina fotografica. Egli dovrà superare l’iniziale disorientamento e scattare delle foto con il flash per poi rivederle una volta “uscito” dall’opera. Sono rintracciabili richiami alla poetica di Pistoletto con i suoi specchi (anch’essi presenti alla Biennale): anche in questo caso l’utente entra de/liberamente nell’opera d’arte, invadendo uno spazio che in altri casi (ad esempio l’arte figurativa classica) prevede un tipo di fruizione passiva. Anzi, in questo caso PAK fa addirittura un passo più avanti, la risultante visiva dell’opera d’arte che ci rimane è frutto dell’idea teorica dell’artista ma riprodotta tecnicamente in modo assolutamente personale ed irripetibile da ognuno dei visitatori. L’anarchia irrompe nel sistema di diritti e divieti sulla riproduzione delle opere d’arte, rendendone di fatto impossibile la visione senza averne prima effettuato un proprio duplicato fotografico.

pak sheung chuenpak sheung chuen

Concludo con il commento dell’artista ad una delle sue opere più famose “Breathing in a House” del 2006 (l’opera consiste in un video a velocità maggiorata in cui viene ripreso l’artista per 10 giorni consecutivi):

I rented an apartment in Busan, Korea (measuring 6,7m x 2,7m x 2,2m). Although I lived my daily life as usual there, I collected all my breath in transparent plastic bags until they filled up the entire apartment. The process took ten days to complete and I felt as if part of my life was absorbed by this apartment.

Breathing in a House

Benjamin Tammuz – Il minotauro

Benjamin Tammuz - il MinotauroDalla sinossi riportata sul retro dell’edizione italiana de Il minotauro (ed. E/O, 1997) si apprende che il libro narra di una spy-story dalle tinte rosa, una grande quanto tormentata storia d’amore fra un agente segreto ed una bellissima ragazza inglese. Per fortuna, in realtà, il racconto di Benjamin Tammuz è ben altro.

Una fotografia ad esposizione multipla, quattro differenti punti di vista per lo stesso fitto intreccio di eventi, punti di vista parziali, vicini ad ognuno dei quattro personaggi attraverso i cui occhi è possibile ricostruire nitidamente la trama. Una fotografia in cui emerge fortissima l’inquietudine dell’essere umano che vive la decadenza della società moderna alla vigilia della Grande Guerra. Non solo decadenza dell’Occidente, opulento e fittizio, ma decadenza di un Medio-Oriente genuino e tradizionalista i cui neri presagi di intolleranza razziale e religiosa sfoceranno nella guerra civile in Israele. Un viaggio caotico (che ripercorre le tappe della biografia dello scrittore) attraverso i cattolici paesi del Mediterrano fino alle terre divise fra ebraismo ed islamismo, al crocevia di culture, religioni ed etnie distanti millenni e chilometri, ma tutte accomunate da uno stesso nostalgico malessere. Tammuz evoca più volte il sentimento puro dell’Amore, amore per una donna bellissima, amore per la scrittura, per l’arte, per la musica, sbocciato in un tale contesto non può essere scisso da una dimensione oscura e malefica. Ne deriva che l’amore si trasforma con estrema facilità in noia, sofferenza, incomunicabilità, abbandono, morte.

Gli elementi cool a cui fa riferimento la sinossi (la storia d’amore platonico, lo spy-game, l’omicidio ecc.) li ho tralasciati nella mia descrizione poichè, pur essendo presenti, li trovo un accattivante incentivo per una lettura vorace del racconto, ma, come ho cercato di argomentare, la piccola-grandezza del libro risiede altrove.

Pagine: 185
Prezzo: 8 euro

The Berlin Reunion (1989-2009)

Happening in occasione del ventesimo anniversario della riunificazione di Berlino.

Teatro di strada, compagnia Royal de Luxe, un gigante anfibio dell’era post-atomica, sua nipote Little, tra di loro un’insensata barriera da abbattere.

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berlin reunion - reichstag

ph: Axel Schimdt/AFP/Getty images

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berlin reunion2

ph: David Gannon/AFP/Getty images

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ph: AP Photo/Maya Hitij

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